Radio Granata

FAQ

#TorneremoStadio, un timbro è per sempre

Trentuno anni fa pioveva a dirotto già a Civitavecchia. Comincia così la storia di un timbro indimenticabile per il nostro Carlo!

Trentuno anni fa pioveva a dirotto già a Civitavecchia. Fu probabilmente il motivo per cui il mio amico Nicola, mi lasciò solo per quella trasferta a Torino. Mi chiamò a casa intorno alle 22 per dirmi che non si sentiva bene e che non avrebbe preso quel treno insieme a me alle 23.55. Il solito treno Reggio Calabria-Torino, un treno quasi per disperati, calcolando che chi partiva da Reggio ci metteva roba come 20 ore per arrivare a destinazione, tra le mille fermate che faceva. Era il treno che prendevo/prendevamo sempre il sabato sera alla stazione di Civitavecchia per essere a Torino alle 7.30 del mattino della domenica.

Fare il viaggio da solo non mi consolava, 7 ore e 35 minuti su quel treno di notte, non erano proprio piacevolissime, ma a 22 anni, per il Toro, avrei fatto questo ed altro. Ad inizio stagione, noi Fedelissimi di Civitavecchia, avevamo fatto un accordo con il grande Ginetto Trabaldo dei Fedelissimi di Torino, che prevedeva il fatto che lui avrebbe acquistato per conto nostro, nella settimana, il numero di biglietti di cui necessitavamo, che poi la mattina della domenica, avremmo ritirato nella sede storica di Via Carlo Alberto numero 9.

Adesso non so se ci riuscirei, ma 31 anni fa riuscivo anche a dormirci su quel treno e a svegliarmi quando erano le prime luci dell’alba che, in quel periodo, arrivavano all’incirca quando il treno si avvicinava alle Cinque Terre. Verso Lerici cominciava questo viaggio quasi a strapiombo sul mare, mi affacciavo al finestrino e la cosa mi risvegliava dal torpore notturno e mi faceva già pensare che una volta entrati in Liguria, il più era fatto. Il cielo però quel giorno era grigio, molto grigio, non smetteva di piovere e non avrebbe smesso fino a domenica sera. Pioggia fine o meglio, fine e infinita.

Quando leggevo Novi Ligure, sapevo di essere entrato in Piemonte. Alessandria e poi Asti, annunciavano l’imminente arrivo. Torino Porta Nuova. Ci siamo. Questa stazione agli inizi degli anni 90, non è che fosse molto tranquilla. Di notte ci girava di tutto, alle prime luci del giorno della domenica mattina, quattro gatti, qualche disperato e il vuoto assoluto.

Ho imparato nel tempo che Torino, la domenica, si sveglia tardi. Prima delle 10 in giro c’è pochissima gente. I bar in quel periodo, erano tutti chiusi, almeno quelli vicino alla stazione. Ricordo che facevo centinaia di metri sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele II per arrivare all’unico bar che sapevo aperto. Se non ricordo male si chiamava Bar Il Toscano. Entravo, quel giorno un po’ bagnato dalla pioggia, lenita solo dal cammino sotto i portici, e ordinavo cappuccino e cornetto. Altra cosa che imparai, in quel bar di Torino, il cacao sul cappuccino non c’era bisogno di chiederlo, era automatico, così come il mini gianduiotto sul piattino. Il che mi faceva abbastanza godere.

Mi sedevo al tavolo, prendevo dalla tasca del giaccone la copia di Tuttosport appena comprata e mi sporcavo le mani col nero dell’inchiostro, tipico del Tuttosport dell’epoca, mentre da buon romano di provincia, inzuppavo il cornetto nel cappuccio. Restavo li almeno un’ora, perché sapevo che prima delle 9.15 circa Ginetto non sarebbe arrivato alla sede dei Fedelissimi.

Una ventina di minuti a piedi per arrivare a Via Carlo Alberto, sotto la pioggerellina fine di quella Torino, tipica della Torino di sempre, tra autunno e primavera. E un’altra ventina sotto la pioggia ad aspettare Ginetto. Il mio giaccone lungo, imbottito e con cappuccio, color verde militare, ormai di impermeabile aveva ben poco quando arrivò Ginetto ad aprire la sede. Appena mi vede mi fa: “Civitavecchia, ma sei fradicio! Sali che ti do qualcosa per asciugarti” Cosi mi chiamava Ginetto: Civitavecchia. Una persona Impagabile. Un Signore, sempre elegante. Granata fino al midollo. Ma soprattutto rispettosa di ogni singolo tifoso del Toro che entrava nella sede dei Fedelissimi.

Quel giorno mi fece entrare in bagno, mi diede un asciugamano, potei lavarmi, asciugarmi addosso col phon e per ultimo mi servi anche un tè caldo per farmi ripigliare. Poi, con un po’ di apprensione dissi a Ginetto che, di quei due biglietti che aveva acquistato per noi, a me ne serviva solo uno, poiché il mio compagno di viaggio non era più partito. Dissi che ero anche disposto a pagargli entrambi, visto il problema, ma Ginetto non si scompose neanche un po’ e mi disse: “Me ne paghi solo uno e non preoccuparti, fra poco l’altro sarà già piazzato a qualcuno che viene e non ce l’ha” E cosi successe.

Uniti della pioggia

Cominciarono pian piano ad arrivare in sede tifosi da tutta Italia, ricordo Roma, Pesaro, Reggio Emilia tra gli altri e il biglietto in più venne subito piazzato. Si fecero le 11 e allora dissi a Ginetto che sarei di nuovo andato verso la fermata del tram per raggiungere il Delle Alpi e i gruppi che di solito a quell’ora frequentavo fuori dallo stadio, soprattutto i Leoni della Maratona. Lui mi disse che cosi avrei ripreso troppo pioggia e sarei arrivato di nuovo fradicio allo stadio. “Adesso chiamo uno dei ragazzi e ti faccio portare allo stadio in auto” Così fece.

Poco dopo arrivò un capellone, ben piazzato di pancia, che mi invita a scendere con lui e salire nella sua auto. Alfasud rossa, interni granata, ovunque oggetti del Toro appesi. Quando gli dico che vengo da Civitavecchia gli si illuminano gli occhi. Si meraviglia e quando gli dico come sono arrivato, il treno e tutto il resto, mi dice: “No. Tu meriti qualcosa di speciale oggi. Tu devi entrare subito con me, con noi, allo stadio”

La pioggia nella gloria

Alle 11.30 siamo fuori la Maratona, continua a piovere. Massimo (o almeno così mi pare si chiamasse) mi porta con lui nel capannello dei gruppi, che poco dopo scoprii, addetti alla scenografia. Lo stadio è chiuso. Qualcuno ha le chiavi di un piccolo cancello laterale e si entra. Siamo una ventina e ci fermiamo davanti a un capannone.

Arriva Checco, uno dei capi tifoseria, apre il capannone e ci da le indicazioni. “Ragazzi oggi arrivano i genoani. Siamo gemellati, ma vediamo di fare le cose ancora meglio di sempre. Tu, primo anello, prendete questo, questo e quello striscione. E tu secondo anello, gli striscioni sapete quali sono. Lui? Tu chi sei?” Interviene Massimo: “ Si chiama Carlo, o meglio Civitavecchia, perché viene da li e si è fatto sette ore e mezza di treno e due di pioggia per essere qui oggi.” Checco mi guarda e fa. “Ok. Tu vai con Massimo al terzo anello e che non voi vengono anche altri due. Lo striscione che dovete mettere è LO URLA LA GENTE. Poi finito, riscendete giù con gli altri e portate su i bandieroni. Ci servono più tardi per il giro di campo”

Potete immaginare la mia emozione e adrenalina. “LO URLA LA GENTE, LO DICE LA STORIA, È LA LEGGENDA LA NOSTRA GLORIA, TORINO SIAMO NOI”. Striscione di 30 metri, 60 fiocchi da annodare, siamo in tre a farlo. Vado come un razzo, attento a tenere dritto e tirato quello striscione che già tante volte avevo visto e che ora stavo mettendo io, proprio io. Siamo in venti dentro e ogni tanto facciamo partire qualche coro che nello stadio vuoto crea un’eco irreale. Poi di nuovo giù a prendere i bandieroni. Ce li fanno mettere nel primo anello per essere presi più tardi.

Il Timbro per sempre

Poco dopo arrivano altri “fratelli”. Uno di loro si avvicina ad alcuni di noi e tira fuori da una busta di plastica dei timbri da ufficio e delle spugnette granata per timbri. Ci dice che dobbiamo prenderne uno a testa e timbrare tutte le banconote e farle girare ovunque. Sul timbro c’è scritto “Torino è stata e resterà granata” È una cosa fighissima. Quel timbro e quella spugnetta ce li ho ancora.

Mangio un paio di panini portati in zaino da casa e la curva si riempie. Manca poco alle 14.30 piove ancora. Siamo nel secondo anello, arriva Checco e fa: “Quelli che erano con me stamattina. Mi servono due di voi volontari per la “sfilata” coi genoani” insieme agli altri gruppi. Si trattava di fare il giro di campo sulla pista di atletica, a sbandierare bandieroni di due metri tra le braccia, dalla Maratona e ritorno, sotto la pioggia. Molti “torinesi” si dileguano, io mi guardo intorno e alzo la mano. Checco dice: “Civitavecchia ha i coglioni più grossi di qualcuno de Turin” Scendiamo giù, prendiamo i bandieroni, ci aprono i cancelli del primo anello e siamo sulla pista di atletica. Piove, piove e piove ancora.

Il Timbro di una partita difficile, ma…

Pensavo si finisse in fretta, invece… Sosta sotto la Scirea dove ci sono quasi 10 mila genoani, cori contro Juve e Samp, abbracci, sbandierate e si riparte insieme a loro. Di nuovo fermi sotto la tribuna centrale, poi ancora sotto la Maratona. Una ventina di minuti buoni di pioggia addosso, rientro in curva che sono un orso bagnato. Però, sono felicissimo. Male che va, penso, mi farò qualche giorno a letto con la febbre.

Sono le 15. Si inizia. Il Toro del Mondo è in palla. Mezz’ora di fuoco. Annichiliamo letteralmente i rossoblù. Skoro è inarrestabile, cosi come Lentini e Bresciani. Vazquez, Fusi e Romano hanno il centrocampo in mano, dietro non si passa, tutti attenti. 3-0 e Siamo galvanizzati in curva. Che bello. Ma, ecco che ci abbassiamo un po’ troppo, ecco che il Genoa di Bagnoli esce fuori, Branco, Aguilera, Skurhavy. E cosi Cravero fa un fallo in area, Aguilera batte il rigore e segna il 3-1 a pochi minuti dal riposo. Sono soddisfatto ma temo il Genoa. Come noi sono la rivelazione di questo campionato e hanno tante frecce al loro arco e noi sembriamo calanti.

Passa l’angelo e dice amen, dice un proverbio. E cosi succede che poco dopo l’inizio della ripresa e con una pioggia ancora incessante, facciamo il patatrac. Un tiro di Eranio, sfugge alla facile presa di Marchegiani (sarà stata la pioggia) e Aguilera col tap-in mette dentro la sua doppietta e il 3-2 che riapre tutto, porca vacca. È solo il 7’ minuto della ripresa.

…Ma siamo Grandi!

Ma forse il gol che avvicina il Genoa ci scuote. Riprendiamo a giocare, seppur in contropiede. E al 15’ arriva il sospirato 4-2. Rapidi passaggi, Vazquez, Bresciani, Dino Baggio, controllo e gol! Si! Il Genoa riprende a provarci, ma noi dietro siamo ormai difficili da superare e a dieci minuti dalla fine un altro meraviglioso contropiede ben orchestrato, porta Policano, tra i migliori in campo, a battere Piotti, con deviazione di Caricola in scivolata. 5-2! È trionfo puro! Davvero un grande Toro!

Usciamo tutti felici dallo stadio. Sono le 17 o poco più e io ho bisogno di arrivare in tempo a Porta Nuova. Alle 18.50 parte il treno per riportarmi a casa. Tram e quasi 40 minuti di viaggio. Sopra tutto pieno di tifosi granata a urlare e saltare. C’è anche qualche sparuto genoano che non fiata. Mamma mia che bello! Sono a Porta Nuova finalmente, a dir poco fradicio. Probabilmente puzzo come un cammello, ma chissenefrega.

Un ragazzo veneto in stazione

Sono in attesa di partire e vicino al mio binario cosa vedo? Dino Baggio che poco più in la sta salutando qualcuno che parte. Corro e mi avvicino di corsa. Dino è più piccolo di me di due anni, lo fermo. Lo abbraccio, gli faccio firmare la mia sciarpa e gli chiedo cosa facesse in stazione. E in pieno dialetto veneto mi dice: “Ho accompagnato i miei genitori che sono venuti a vedermi e ora tornano a Padova”

La sciarpa la butterò nell’immondizia l’anno seguente quando lui passò alla Juve seppur ceduto in prestito all’Inter, però in quel momento ero felice. Aver visto, parlato, abbracciato e salutato un ragazzo del Toro che quel giorno aveva anche segnato.

Si riparte. Altre 7 ore e mezza, ma che figata! Che straordinaria giornata. Dall’inizio alla fine. Ah.. siamo partiti, ho il mio timbro granata nello zaino e ha appena smesso di piovere.

Carlo Junior

Carlo Junior

Classe 1969, Granata a Roma, quando tutti bramavano Pruzzo io sognavo Pupi. Con Francesco vogliamo Tornare Così tutti i lunedì.