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Di Toro, di compleanni, di Valori, di Noi

Francesco Bugnone augura buon compleanno al Toro per il suoi 115 a modo suo. Questo è il primo Bugnolandia!

115 anni di Toro. Di solito partirei col nominare la figurina di Junior che mi ha fatto diventare tifoso, la mina di Pusceddu a San Siro come primo ricordo di un nostro gol, la stagione 86/87 imparata praticamente a memoria con la cavalcata Uefa vista in tv e interrotta dallo stramaledetto Fredriksson, eccetera eccetera. Stavolta no. Ho iniziato a vedere qua e là messaggi d’auguri fatti un giorno prima dove emergevano le “solite” cose dette in questi casi ed è scattato dentro qualcosa che è deflagrato quando, ieri sera, abbiamo trangugiato l’ennesima cucchiaiata di fiele.

Lottare, non soffrire

Anni e anni di sconfitte e delusioni, con qualche bel momento troppo minoritario, presentano il conto e il conto è rifugiarsi in una retorica che deve smettere di esistere, come la retorica della sofferenza. Stiamo facendo una confusione tremenda fra soffrire e lottare. La sofferenza è uno schifo totale, ti viene imposta, non la cerchi, ma la lotta sì. E il Toro non è nato per soffrire, ma è nato per lottare.

Tutto quello che si siamo presi negli anni lo abbiamo fatto con la lotta. Partivamo da dietro, da dentro il tombino, ma alla fine siamo sempre arrivati senza che nessuno ci avesse regalato un cazzo, solo con le nostre forze. Lo scudetto del 1928 nasce dalla rabbia per quello revocato l’anno prima per una combine da far ridere i polli. Il Grande Torino diventa realmente tale dopo un anno in cui perde malamente lo scudetto, fa tesoro dell’esperienza, si prende Loik e Mazzola dal Venezia e inizia la storia meravigliosa che conosciamo.

Il campionato 1975/1976 è figlio di quello che ci hanno rubato nel 1971/72 ed eravamo così forti che ci hanno dovuto fermare nel 1977 con 51 punti, senza neanche sapere come. La meravigliosa squadra di Amsterdam viene dalle ceneri di una rovinosa retrocessione e la Coppa Italia arriva dopo la traversa di Sordo e la tumultuosa campagna cessioni dell’estate ’92. Abbiamo lottato, LOTTATO.

Il Toro e i suoi momenti

Contro dirimpettai scomodi, contro arbitraggi osceni, persino contro noi stessi. La sofferenza è un fastidioso effetto collaterale, la lotta è Toro ed è questa la lezione che dobbiamo ricordarci noi come tifosi. Altro che dire a Cerci, quando sbaglia il rigore a Firenze, “adesso ha capito cosa vuol dire essere del Toro”, no, l’ha capito prima, con quel gol a tempo scaduto in Toro-Genoa che si è anche tatuato sulla pelle, con la gioia folle e una Maratona che godeva, non certo con le lacrime dopo quella parata di Rosati (che, tra l’altro, ha fatto quello e poi soltanto imitazioni di Celentano nella fase discendente della carriera).

Il Toro è vita. Purtroppo la morte lo ha trafitto in modo clamoroso nella sua storia, ma è vita. Voglio ricordare il Grande Torino quando correva nelle splendide giornate di sole delle domeniche del secondo dopoguerra con la gente sugli spalti che riassaporava la vita senza dover avere paura di guardare in alto.

Voglio ricordare Meroni che se la ride e fa girare i difensori come trottole, Ferrini che segna in un derby, Mondonico che ride sotto il baffo davanti ai giornalisti, Radice che dice “Dio bono”, Giagnoni che applaude la Maratona quando viene a Torino da allenatore della Cremonese, Bersellini che si gasa mentre racconta ai microfoni il secondo gol granata dopo un Toro-Inter 3-1. Tutto questo è respiro, aria pulita, gioia.

Il Toro e la sua città

Il Toro è Torino, ma non solo, perché forse si eleva rispetto alla città. Città che, diciamolo, spesso non ci ha meritato. Perché Torino è stata e resterà granata, ma è anche stata molto cauta (eufemismo) le volte che stavamo sparendo o quando il vecchio Fila stava letteralmente crepando. E allora non mi va nemmeno di usare l’argomento “Torino è granata” con i gobbi, non mi va nemmeno di parlarci con i gobbi, perché dovremmo? Lo è, non lo è? (ma certo che lo è) Non importa, il Toro è più grande di Torino, è un valore.

Altrimenti perché tiferebbero Toro lontano dalla Mole? E guardate che sono tanti, perché siamo, nonostante tutto, tanti. Tanti e rumorosi, talvolta molesti, ma il rumore, appunto, è vita. Torino va stretta al Toro, ai suoi sogni, alle aspettative che dovrebbe avere. Le nostre quattro zampe saranno sempre dentro la nostra città, ma la nostra anima può volare dappertutto.

Cosa non siamo

Il Toro non è Cairo. Il Toro siamo noi, ma per davvero. Lui se ne andrà, noi rimarremo. Lui ci ha distrutto come tifoseria, ma ci siamo anche fatti distruggere. Abbiamo ridotto a Cairo qualsiasi argomento, ci ha sbranato da quel punto di vista e per questo, più di tante altre cose, comunque enormi, che ci ha fatto ingoiare, spero che si alzi da quella poltrona il prima possibile.

Ma tutte le presidenze hanno una fine, anche questa ce l’avrà e dobbiamo farci trovare pronti per quando finirà. Senza darci degli stronzi a vicenda, senza dover sempre fare mille premesse quando parliamo di Toro. Vorrei un tempo come il mio primo giorno di scuola delle superiori. Non conoscevo nessuno, mi guardo negli occhi con un altro ragazzo, due parole di circostanza e poi il fatidico “di che squadra sei?”. “Del Toro”, “Anch’io!”.

Fratelli, davvero

E non contava nient’altro, eravamo fratelli di tifo (ciao Casti!). Cairo non conta, contiamo noi. Mi auguro che qualche tifoso più introdotto in certi ambienti stia cercando qualche acquirente serio sotto traccia, pur conscio che sia un’operazione difficile, però quel momento prima o poi arriverà. Urbano Cairo se ne andrà e non saremo più costretti a vederlo. Quel giorno non dobbiamo dargli la soddisfazione di avere lasciato i nostri corpi e i nostri cuori come macerie fumanti. Conta quello, non cercare di mostrarci chi sia “l’ mej” fra noi, tanto siamo tutti mej a modo nostro.

Sono auguri stanchi, confusi. Chiedo scusa, ma è un flusso di coscienza. C’è troppa roba dentro che deve esplodere e andare da qualche altra parte. Io per primo credo di avere litigato per il Toro almeno una volta con tutti quelli che conosco e dico tutti sul serio. Migliori amici, contatti Facebook, i miei compagni di Radio Granata (non ultimo ieri sera, quando ho usato epiteti poco carini con chi difendeva l’arbitro, salvo poi rivedere parzialmente la mia posizione).

Ma è perché il Toro non vuole andarsene dalla mia pancia, se lo facesse forse vivrei meglio, ma non avrei il groppo in gola che ho ogni 3 dicembre, non sentirei quella straordinaria carica emotiva per la relazione più duratura della mia vita, genitori e nonni esclusi. E allora “buon compleanno, Toro”. Però sveglia, eh.

Francesco Bugnone

Francesco Bugnone